Diamanti e pailletes

DIAMANTI E PAILLETTES

Il rapporto conflittuale tra i musicisti e i verbi vendere e comprare.

Una ventina di anni fa, partecipai al concorso pubblico come spalla dei primi violini dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, era il posto che avevo sempre sognato.

Frequentavo la sede dell’orchestra come dopo scuola tra liceo e Conservatorio, mio padre suonava lì e ogni scusa era buona per andare alle prove, fare i compiti durante i concerti, infilarmi a chiacchierare con i suoi colleghi e respirare quello che desideravo fosse il mio futuro luogo di lavoro.

Il concorso andò male, uscii alla prima prova e soffrii moltissimo: ero stata molto sostenuta nel farlo dai miei maestri, da alcuni membri dell’orchestra e della direzione, dunque caddi da molto in alto, facendomi davvero male.

Me la presi in maniera feroce con la commissione dopo aver visto il mio Maestro, che ne faceva parte, abbandonarla furioso mentre davano i risultati, mi sentivo vittima di un’enorme ingiustizia.

Dopo qualche anno capii che invece, in realtà, ero stata schiacciata dalle aspettative e da un’errata valutazione delle mie capacità. Ero la prima a sentirmi non all’altezza di quel ruolo ma la grande sollecitazione che ricevevo intorno mi aveva fatto credere di avere le caratteristiche tecniche e virtuosistiche che si richiedono per un ruolo così. E invece non le avevo, ne avevo altre, ma non quelle.

Quando mi apparve chiaro il mio limite, iniziai a lavorare sul potenziamento delle mie qualità indiscusse: la musicalità naturale, la propensione all’ascolto e l’attitudine alla leadership collaborativa.

E per 7 anni ricoprii il ruolo di spalla dei secondi violini sotto la direzione di Lorin Maazel.

Capire di avere un limite, riconoscerlo, lavorare per risolverlo e arrivare ad oltrepassarlo, è il percorso per tirare fuori le risorse che ci aiuteranno a ripassare a penna i confini della nostra consapevolezza.

Non so come sarebbe andata la mia vita se avessi vinto quel concorso, non me lo sono mai chiesto. So però che ogni mattina mi sveglio felice di ciò che faccio adesso perché l’ho perso: e tanto mi basta.

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DI TIZIANA