Che emozione

CHE EMOZIONE

Imparare a gestire l’emozione è uno dei requisiti fondamentali per chi si esibisce in pubblico, serve equilibrio, metodo, consapevolezza e pazienza.

Circa 15 anni fa, lavorai per un periodo con un’orchestra a Parma nella quale facevo la spalla. In programma, nel periodo in cui facevo l’aggiunta, c’era l’Aida, tante repliche, tra Parma, Busseto e Napoli. Molti di voi sapranno che alla fine dell’Aida, Verdi ha messo un assolo molto difficile: per estensione (arriva fino al sol naturale sovracuto), per atmosfera (Aida nella cripta vuole morire con Radamès), per organico (è scritto originariamente per 4 violini all’unisono) e per tempistiche (fare un solo dopo 3 ore di opera richiede grande concentrazione).

Il direttore d’orchestra mi comunicò alle prove che quell’assolo preferiva lo facesse un solo violino, proprio per evitare la difficoltà di intonazione che 4 violini all’unisono in quel registro hanno sempre, in qualsiasi orchestra. Mi piacque l’idea, mi fece sentire più tranquilla e le prove filarono belle lisce, il solo veniva bene e riuscivo a gestire agilmente tutte e quattro le difficoltà che vi ho elencato.

Dunque alla prima rappresentazione arrivai carica, spavalda e desiderosa di fare una bella figura.

Quello che successe appena misi l’arco sulle corde per fare il solo non lo scorderò facilmente: la mano destra tremava, il suono si interrompeva, andando verso il tallone sapevo che poi nell’arcata in giù non sarei riuscita a tenere una pressione costante perché non sentivo più il braccio, era fuori da me, ingovernabile. Un disastro. Finii la recita e vidi i colleghi che mi guardavano sorpresi, non sapevano bene cosa dire perché non erano certamente abituati a vedermi nel panico. Furono comprensivi, molto complici e ci scherzarono su facendomi comunque i complimenti mentre io ero frastornata da quello che era appena accaduto.

Non sapevo che, per le successive 20 recite, avrei lottato con un tipo di emozione subdola e paralizzante che sembrava impossessarsi della mia mano destra e che non mi permetteva neanche di riuscire a poggiare l’arco sul violino.

Iniziai a leggere qualsiasi cosa sull’emozione, sul rilassamento del braccio destro, sulla respirazione, addirittura sull’alimentazione, sembrava che mangiare mandorle e cioccolata aiutasse per una ragione che non ricordo ma che senz’altro dovetti ritenere plausibile visto che, prima del concerto e durante gli intervalli, mi chiudevo in camerino con i piedi per aria e mangiavo camionate di mandorle e mattoni di cioccolata, respirando a ritmo e parlando da sola.

Niente, non riuscii mai a fare il solo con rilassatezza. Ogni volta, pochi istanti prima, percepivo gli occhi dell’orchestra addosso, mi sentivo osservata, giudicata, compatita e non riuscivo a suonare presente a me stessa, non vedevo l’ora di tornare in albergo e chiudermi in camera da sola. Non vedevo la strada, non capivo cosa mi stesse succedendo e soffrivo per non avere nessun controllo su qualcosa che mi stava letteralmente divorando.

Adesso, non c’è una sola cosa che affronto nel mio lavoro che mi provochi quel tipo di paralisi, tutto mi sembra fattibile e alla mia portata. Forse perché non mi sento più giudicata? Molto più di prima in realtà. Forse perché evito le cose che possono emozionarmi? Al contrario, me le vado a cercare. Forse perché non suono più il violino? Lo strumento può essere uno scudo a volte mentre ora, senza quell’armatura, sono nuda, perché ci metto sempre la faccia.

Col tempo, sono riuscita ad avere un approccio lucido al confronto con il pubblico sforzandomi di vivere tutti i momenti simili a quello che vi ho raccontato – e che ho continuato ad avere a fasi alterne negli anni successivi – come un’occasione per fare ogni volta un piccolo progresso, senza fretta e immaginando come mi sarei sentita quando tutto sarebbe passato. Quel futuro “perfetto”, chiamiamolo così, è stato il faro che guidava la navigazione, il mio punto di riferimento, perché immaginandolo sapevo di poterlo ricreare, un passo alla volta.

Facile? No, difficilissimo.

Efficace? A quanto pare, sì.

👉 Solo concerti? Quante idee ci possono essere per dare sfumature ulteriori alla professione di musicista? Un articolo di 3 anni fa che ne analizza qualcuna, si chiama PROFESSIONE MUSICISTA.

SIR

Una playlist dedicata al grande violinista Yehudi Menuhin, punto di riferimento per ogni generazione di violinisti, che per gran parte della sua carriera fu molto attento alla corretta gestione dell’emozione sul palco. 🎻