L’Opera al Circo

L’Opera al Circo

13 Agosto 2020 0 Di Tiziana Tentoni

Con buona pace di Toscanini, i festival di musica all’aperto hanno un fascino speciale.
E tra le proposte che molte coraggiose istituzioni hanno deciso comunque di presentare per questa ibrida estate italiana di musica, sin da subito avevo deciso che quest’anno sarei andata al Circo Massimo ad ascoltare uno tra gli spettacoli in cartellone del Teatro dell’Opera di Roma: Opera al Circo Massimo.

Vado quindi qualche giorno fa sul sito del Teatro per acquistare i biglietti e vengo prontamente rimandata a Viva Ticket: compro due biglietti in platea, spendo le mie 120 euro, soddisfatta di aver dato il mio contributo alla sopravvivenza dello spettacolo dal vivo in questo momento diciamo ostico. Quando vado a leggere però le regole per l’accesso, scopro che non è possibile la vidimazione digitale, ossia il biglietto doveva obbligatoriamente essere stampato, cosa che, a parte la questione ecologica che magari sarebbe il caso di tenere sempre più presente, in un momento del genere in cui chiunque si è organizzato, ristoranti, musei, mostre, qui ancora stiamo col pezzetto di carta che, però, si raccomandano di non far entrare in contatto con umidità: ma che vuol dire esattamente? Non sono solita soffiarmi il naso con i biglietti di un concerto, né li uso come carta assorbente per il fritto di moscardini, solitamente. Ma comunque incasso, si devono stampare, li stamperemo e amen.

La premessa insomma non era delle migliori e già mi aspettavo che mi sarei stranita per qualsiasi cosa: parcheggio, ingresso, temperatura, mascherina, acustica, esecuzione, organizzazione, ero carica a pallettoni insomma e già mi era passata la voglia.

E invece.

Parcheggio semplice da trovare, indicazione degli ingressi divisi per settore chiarissima, maschere e servizio di controllo impeccabili.

L’entrata è spettacolare: il più grande edificio per spettacoli dell’antichità, Roma nel suo massimo splendore, sfacciata, arrogante, piena di sé, senza paragoni col mondo intero. La struttura costruita è a gradini larghi, molto comodi da percorrere e ci sono dei tappeti che aiutano la camminata sui piccoli sassolini, i miei tacchi ringraziano. Le sedie sono comode e le distanze perfettamente rispettate, è rilassante e non c’è quel senso di desolazione che mi aspettavo: stiamo combattendo tutti la stessa battaglia quindi facilmente ci si guarda con un sorriso. All’interno non c’è un punto ristoro e intelligentemente visto che proprio lì si potrebbero creare gli assembramenti: quindi se già sei dentro, ti sei dimenticata l’acqua (eccomi) e sei solita bere come un cammello (arieccomi) puoi solo uscire, cosa che ti viene facilitata senza problemi e soprattutto hai almeno 3 locali a 15 metri dall’uscita dove comprare e portare via ciò che vuoi.

Ok, si inizia, giù le luci, la Vedova Allegra.
Sgargiante, brillante, una musica che non è forse annoverata tra i capolavori ma che per tanti motivi lo è: perché l’argomento è leggero, perché è orecchiabile, perché molti la conoscono (io e mia madre ci siamo anche messe a canticchiare e ad ondulare a tempo, e perché no), perché non ti chiede niente, si fa ascoltare. Poi c’è il mega schermo in cui vengono mandate immagini e sequenze che rimandano a video d’epoca originali, abiti trionfanti di paillettes, vivacità nei movimenti dei cantanti nonostante le regole. L’orchestra, penalizzata dalla questione leggii, e quindi col rischio di risultare slegata, è favolosa e questa è musica forse più semplice all’ascolto ma proprio per niente dal punto di vista esecutivo, ha una trama delicata, sottile, deve essere trattata con molta cura, come è stato fatto da tutti gli artisti e cantanti. E poi c’è Stefano Montanari alla direzione, che ha energia e chiarezza e tiene tutto perfettamente sotto controllo, duttile, raffinato, divertendosi e facendo divertire: e con un look, lasciatemelo dire, finalmente moderno deo gratias, maglia di colore gradiente e pantalone simil pelle, del frac non se ne può più, li facciamo scappare così i giovani dio santo.

Applausi, tutti quelli che erano possibili vista l’affluenza forzatamente calmierata. E tre volte il finale travolgente.

Un suggerimento: gli artisti si nutrono degli applausi, fateli, tanti. Non alzatevi per andare via, non state seduti fermi, applaudite: forte e tanto. La poco presenza di pubblico fa sì che l’applauso sul palco arrivi attutito e dopo aver smazzato e dato se stessi per due ore, solo il fragore delle mani che sbattono può ripagare. Dice non ci possiamo slogare i polsi? Ok, allora strillate: BRAVI! BRAVI! Io lo faccio sempre quando mi piace quello che ho vissuto e ascoltato. Strillate che vi è piaciuto.

Bello, è stato stupendo ritornare ad ascoltare la musica, a sentirla sulla pelle grazie ad uno spettacolo incredibilmente elegante, creativo, coinvolgente.

Il Teatro dell’Opera di Roma è un grande riferimento adesso perché è cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni dal punto di vista artistico, dirigenziale, nella comunicazione, nei social: prendete esempio, che a Roma abbiamo bisogno di questo.

© Tiziana Tentoni
Ph. Yasuko Kageyama per Teatro dell’Opera di Roma