I 7 professori d’orchestra che si incontrano almeno una volta nella vita

I 7 professori d’orchestra che si incontrano almeno una volta nella vita

18 Settembre 2018 0 Di Tiziana Tentoni
  1. Il sindacalista

Si riconosce facilmente perché è sempre incazzato. Se fai l’errore madornale di salutarlo lui ti placca iniziando a parlare per 25 minuti netti di argomenti interessantissimi tipo la temperatura in sala, il materiale altamente tossico dei bicchieri del dispenser dell’acqua, la necessità impellente di mettere una slot machine in sala orchestra e altre utilissime considerazioni. E’ diventato sindacalista perché fondamentalmente in orchestra nessuno notava la sua presenza quindi lui ora è convinto di essere rispettato da tutti con il risultato che vedi gente che appena lo intravede da lontano si aggrappa al muro tipo geco cercando di mimetizzarsi pur di evitare di parlarci. Si siede spavaldo ai tavoli delle trattative, grandi pacche sulle spalle al direttore artistico, gioca a scopone col direttore del personale, insomma il suo lavoro lo sa fare e riesce sempre ad ottenere l’obiettivo che si è prefisso: nessuno.

  1. Il genitore

Va in permesso parentale e torna in orchestra accompagnato in macchina dal figlio, in pratica sta fuori servizio 18 anni e, considerando una media di due figli, quando torna dopo 6 mesi va in pensione. Ma in quei sei mesi lavora sodo però: c’ha da far vedere a tutti, uscieri compresi, le foto del pre parto, post parto, prima cacca, analisi delle urine, radiografia al torace, pagella scolastica, primi peli della barba, prima uscita in discoteca e ultimo sputo in faccia del figlio che non ne poteva più de st’Iphone sempre in mezzo alle palle. Di solito costringe i figli a suonare uno strumento, anche se hanno la musicalità di un comodino dell’Ikea.

  1. L’aggiunto

Se vedete uno nei corridoi con un vassoio di pastarelle, è un aggiunto. Entra salutando anche i tornelli del badge, non vuole assolutamente rischiare di dimenticare nessuno. Di media fa sei servizi ogni giorno perché sostituisce a rotazione tutti gli stabili sia in orchestra che nel corpo di ballo, a volte anche sul palco se c’è da fissare un’americana lui è felice. Lo trovi spesso nei sotterranei del teatro a studiare anche la notte: ha fatto il concorso 11 volte, arrivando sempre in finale e poi l’hanno sempre fatto secco perché “manchi di maturità”. Poi però, in maniera estremamente coerente, il giorno dopo lo chiamano per fargli un contratto a tempo determinato di un anno perché evidentemente nella notte è cresciuto.

  1. Il primo dei secondi

Lo dice il nome stesso: è a capo di una sezione ma fondamentalmente non conta niente. Perché sta sempre comunque sotto botta della spalla dei primi con il quale però ha un ottimo rapporto: è solo stato un caso che quella volta alla Suntory Hall appena prima dell’attacco del solo di Shéhérazade a lui sia caduta la sordina di metallo per terra, non l’ha fatto apposta. E’ cosciente però di ricoprire un ruolo che per partitura è importantissimo e la prende seriamente: per lui gli accompagnamenti sono il punto di arrivo della carriera con il risultato che lo senti anche dal bar del teatro mentre snocciola 3 FFF qualsiasi terzina gli capiti sotto tiro. Si muove sul palco come se fosse posseduto dal demonio, tanto da generare un effetto a catena con tutta la fila dei secondi che si muove dietro di lui come un collettivo di Hare Krishna. Vi denuncia penalmente se osate chiedergli di suonare più piano mentre sta violentando i ribattuti dell’ultimo tempo della 7° di Beethoven, quindi occhio.

  1. Il paranoico

In tournée bisogna girargli alla larga perché è capace di fratturarti un femore pur di salire per primo sull’autobus. Si piazza un’ora prima davanti alle porte per scendere per primo e sempre per primo fare il check in all’aeroporto, così per primo passa i controlli e ancora per primo si mette di fronte al gate. Quando però si rende conto che non serve a una benemerita tutto sto sbattimento se non ad aspettare ancora di più, allora si lamenta che siamo partiti troppo presto. Scende per primo dalla stanza in hotel per andare a cena e i colleghi sgattaiolano dalle entrate secondarie pur di evitare di incrociarlo e sbomballarselo al tavolo tutta la sera. Ma lui tanto è contento di andare a cena da solo così non deve dividere alla romana e rischiare di pagare quei 40 centesimi in più per qualcosa che non ha ordinato lui ma che hanno mangiato gli altri. In orchestra entra, si siede, suona, mette lo strumento nell’armadietto e se ne va, senza salutare nessuno perché lui fondamentalmente odia tutti. Non cambia un’arcata neanche se gli offri dei soldi.

  1. Il preludione

Tu te ne stai tanto tranquillo in camerino a leggere un libro, lui arriva, tira fuori il violino e ti snocciola, nell’ordine: prima riga del concerto di Brahms, prime due righe del concerto di Tchaikovsky, prime otto battute del Presto della 1 sonata di Bach, Purple Rain di Prince, Like a Virgin di Madonna per poi chiudere sempre con un arpeggio ascendente fino al sol sovracuto. Sul discendente non si azzarda perché se la rischierebbe troppo quindi, nel dubbio, fa finta di allacciarsi una scarpa. A te, però, già ti ha rovinato la giornata. Te lo ritrovi che preludia qualsiasi cosa del repertorio da qualsiasi parte, ti fa gli agguati nell’armadietto, ti esce dal bancone mentre ti stai prendendo un caffè, a volta ti sembra di sentirlo pure quando sei al sicuro a casa tua. Un incubo. Ma il meglio lo da’ quando si scalda prima del concerto, lì ti fa l’inizio di tutto, anche con le mosse, del resto lui doveva fare il solista, poi ha vinto il concorso, una carriera stroncata. E’ uno che in orchestra ti garantisce il risultato, sempre: tipo ci puoi mettere la mano sul fuoco che se senti una strappata fuori è lui, matematico.

  1. La prima parte

Si narra che nelle orchestre ci siamo prime parti eccezionali, ma nessuno le ha mai viste, un po’ come il mostro di Lochness. Fondamentalmente lui non CHIEDE permessi, lui CONCEDE il permesso alla direzione artistica di disturbarlo venendo a suonare a volte, quando proprio non ha niente di meglio da fare, quando nessuna accademia, masterclass, concerto solistico, missione in Afghanistan lo tiene impegnato. E’ estremamente disponibile con i direttori d’orchestra che solitamente finiscono alla neuro dopo mezza prova; molto comprensivo con gli aggiunti se dimenticano di pulire sotto il suo leggio; modestissimo quando gli vengono fatti i complimenti non pretendendo l’inchino nel baciamano; estremamente democratico quando accetta un compenso mensile doppio rispetto ai suoi colleghi di pari ruolo ma senza pretendere l’elicottero per tornare a casa dopo la prova. Ora voi ditemi per favore se si possa essere più straordinari

Roma, 18 settembre 2018

Copyright © Tiziana Tentoni

Illustrazione: Jigsaw “Orchestra” by François Ruyer