A British in Paris

A British in Paris

26 Maggio 2017 Off Di Tiziana Tentoni

Un Spritz tutto sommato niente male considerando di essere a Parigi: mi prendo come sempre una bella mezz’ora di solitudine e relax prima di entrare in sala, stasera Seconda Sinfonia di Mahler con l’Orchestre de Paris diretta da Daniel Harding.
In prova, il giorno precedente, avevo assistito alla concertazione della parte centrale del primo movimento, poche righe lavorate con cesello, ostinazione, interrompendo molto per ottenere esattamente ciò che lui voleva: insiste sul suono, sulla morbidezza, sul fraseggio, molto, moltissimo, in modo quasi estenuante, facendo ripetere e poi ripetere.
Non abbastanza ovviamente per farmi una mia idea, ma sentivo che avevo davanti lo spiraglio di una porta dalla quale intravedevo una grande armonia di colori e forme, non vedevo l’ora di aprirla.
E quindi, finito il mio Spritz e la mia bella sigaretta, mi dirigo verso la sala: le scale mobili, il controllo delle borse, andavo lentamente come se volessi ritardare il momento, entro due minuti due prima dell’inizio sentendo già gli applausi a coro e orchestra che stavano facendo il loro ingresso. Sala strapiena, come sempre.

Daniel Harding entra. Ci ho suonato tante volte in Scala ma è la prima volta che lo ascolto da pubblico: lui è magrolino, piccolino di statura, la sala e le oltre 100 persone più coro dietro di lui sembrano fagocitarlo.

Inchino al pubblico, si gira, attacco, tremolo degli archi forte, tema potentissimo dei bassi: ed è diventato un gigante, ce li ha già in pugno tutti. Tutti. Coro, orchestra, solisti, anche chi non suona lo guarda fisso, non gli stacca gli occhi di dosso. Chi lo adora pende dalle sue labbra e chi ha con lui un rapporto meno fluente pende dalle sue labbra comunque perché non può fare a meno di rendersi conto di quale forza e personalità ha davanti.

Controlla tutto, ha in sé la musicalità inafferrabile di Abbado, il dominio di Maazel, la capacità di portare sul podio la sua vita fatta anche di aviazione, di calcio, di mangiare, di divertirsi che era la capacità di Bernstein che si stupiva della bellezza della musica di Schumann ma anche di un tramonto o di un bicchiere di rhum. Fa tesoro dei riferimenti direttoriali del passato ma resta Daniel Harding che non ha paura di spazientirsi se sente qualcosa che non fila liscio in concerto (per la verità praticamente nulla perché l’Orchestre de Paris è davvero una delle più grandi del mondo), che dipinge con la sinistra, che si è inventato un 2 unico, quasi golfistico e talmente elegante da ricordare l’intuizione del 3 di Maazel. Riduce il gesto all’essenziale, cerca l’implosione, non l’esplosione.
La sala gli conferisce qualcosa come 20 minuti di applausi e bravò: lui saluta composto ogni volta gratificando tutti, chiamando ogni solista per onorarlo con l’applauso di un pubblico davvero fuori di sé.

Daniel Harding è ora, a mio modestissimo parere, uno dei più completi, energici, preparati, sensibili, raffinati e trascinanti direttori d’orchestra del mondo.

Lione, 26 maggio 2017

Photo © Julian Hargreaves