il minidisc

il minidisc

27 Aprile 2016 Off Di Tiziana Tentoni

A Basilea le mattine non sono come ce le abbiamo così frequentemente a Roma: cielo azzurro, arietta friccicarella…no, proprio niente di tutto questo. A Basilea, quando ti alzi presto dal letto, spesso la prima cosa che pensi è: ma chi me l’ha fatto fare co’ sto cielo grigio, io mi ributto a letto e chi s’è visto s’è visto. Quel giorno però era in programma l’esecuzione, la prova generale dell’audizione. Il tempo dello studio era lì, bello pimpante che mi guardava, mi osservava, ridacchiava: mbè, mo’ famme vede’ su, hai fatto la splendida e ora voglio sentire che tiri fuori. Una bella doccia, la colazione, il violino pronto, la spalliera a posto, la pece sull’arco. Nella stanza accanto il leggio era pronto. E sulle sedie disposte a piccola platea, giornali aperti su pagine con volti noti: Carlo d’Inghilterra, Pippo Baudo, Lorella Cuccarini, Pamela Prati in topless, tutti fissi a guardarmi. Io simulavo l’attesa fuori dalla stanza, accordavo, note lunghe, grandi respiri. Poi entravo, salutavo la patinata commissione (Pippo Baudo ovviamente presidente di giuria) e suonavo i miei pezzi: buona la prima. Uscivo più o meno soddisfatta. C’era qualcosa che non andava: non ero emozionata.

No. Devo emozionarmi, sennò non vale. Poi all’audizione il respiro cambierà, le reazioni del corpo si modificheranno, così non serve a niente, se non mi emoziono è tempo perso. Dove stava la chiave? Non riuscivo a capirlo. Allora provavo ad eseguire il programma di fronte ai miei malcapitati coinquilini: niente, nessuna emozione degna di nota. Tutto troppo differente, troppi paracadute, troppi appigli di salvataggio.

Quando per la prima volta, senza neanche crederci più di tanto, al posto del cast di Buona Domenica e dei compagni di studio in Svizzera, piazzai come pubblico un semplice registratore – all’epoca un minidisc – le cose cambiarono: e di tanto. Entrai come sempre facendo finta di essere fuori dalla sala del concorso e mi ritrovai quel coso lì, solo, che campeggiava nella stanzetta. Dissi buongiorno al minidisc, misi la parte sul leggio. Ero io e lui. Anzi: io e me. Che dopo, l’unica, avrei riascoltato. Che dopo, l’unica, avrei espresso un parere. Che dopo, l’unica, avrei giudicato. Avevo trovato la strada: ero io, l’unica, che avrei da quel momento in poi condizionato il mio battito cardiaco, il ritmo del mio respiro, emesso il verdetto di molto tempo dedicato allo studio. Ero io sola: arbitro e giudice. Non proprio una compagnia confortevole, vi assicuro.

Per anni, la necessità di competizione con me stessa ha condizionato qualsiasi circostanza, con o senza violino in mano. L’equivoco di essere severi con se stessi non come mezzo ma come obiettivo della crescita, lo capisci proprio quando veramente cresci. Quando ti rendi conto che è molto più semplice porsi sempre nuovi traguardi professionali e relazionali con l’incognita di riuscire, è molto più facile lottare, non accontentarsi, arrabbiarsi, imporsi: perché tutto ciò ci tiene impegnati, ci distrae da noi stessi e da ciò che siamo sul serio. Per me, almeno, è stato così.

Poi, un tardo pomeriggio di inizio primavera di molti anni dopo, complice un semaforo che dura un po’ troppo, ripensi a tutto questo. E invece che partire velocemente pigiando sull’acceleratore, decidi di proseguire con calma, accostare, e fermarti per scendere dalla macchina. A destinazione ci arriverai lo stesso, magari un po’ più tardi: ma intanto guarda che panorama.

Roma, 27 aprile 2016